Bio
Nato a Verdun da genitori italiani, Camillo Romanino fu un acclamato solista e primo flauto della Cappella Ducale di Torino, ricoprendo l'incarico dal 1824 in coppia con Efisio Pane, il primo duo di flautisti scritturato dall’orchestra torinese. Romanino è considerato, insieme a Luigi Hugues (1836-1913), uno dei massimi esponenti della scuola flautistica piemontese.
La sua attività compositiva include un Metodo per flauto, vaste opere didattiche spesso con accompagnamento di basso numerato, e lavori da camera per flauto/i e per violino, quasi sempre con accompagnamento di pianoforte.
La Serenata in la maggiore di Romanino, oggetto della presente edizione, è un tipico esempio dei pezzi d’occasione del XIX secolo. Questi lavori erano concepiti per organici ridotti, adatti ai salotti e agli ambienti ristretti, e miravano a imitare le forme orchestrali maggiori, come l’ouverture o la sinfonia d’opera. A differenza di queste imitazioni, la composizione di Romanino è una vera e propria serenata di stampo settecentesco, caratterizzata dalla classica alternanza di movimenti lenti e veloci con le relative modulazioni. Tali composizioni per piccoli ensemble, spesso lieti e ben scritti, erano pensate per "Accademie" cameristiche e prevedevano un ristretto numero di strumenti a fiato (generalmente da due a cinque) unito a un piccolo gruppo di archi (da tre a cinque), richiamando capolavori classici come il Settimino op. 20 di Beethoven o l'Ottetto op. 166 di Schubert.
Il frontespizio dell’opera, datato Torino 1827, recita in francese: «Serenade / pour / deux Violons Alto Flûte Clarinette / Violoncelle et Basse / Dediée à son Ami / Le Comte Edouard Rignon / par / Camille Romanino / Professeur a la Chapelle de S. M. le Roi de Sardaigne / à Turin 1827 / N. 3400 / J. Ricordi».
Questa edizione moderna si basa sulle parti separate originali pubblicate da Giovanni Ricordi nel 1827 e conservate presso la Biblioteca del Conservatorio "Giuseppe Verdi" di Milano. L'organico, composto da sette strumenti, è stato riordinato secondo la prassi moderna (fiati prima degli archi) anziché seguire l'ordine tipico del XIX secolo indicato sul frontespizio. Sono state apportate solo minime correzioni alle note, poiché le parti originali si sono rivelate molto accurate, e alcune dinamiche e articolazioni mancanti sono state inserite per simmetria.
Il clima tematico e armonico dominante è quello dell'opera di primo Ottocento, più vicino allo stile donizettiano che a quello rossiniano. La scrittura, genuina e accattivante, evita il virtuosismo strumentale sfrenato, che proprio in quegli anni si diffondeva in Europa con figure come Paganini e Bottesini, come dimostrano le brevi e misurate cadenze affidate ai solisti. Sebbene Romanino fosse principalmente uno strumentista e non un compositore a tempo pieno, questa Serenata, che è l'opera dal più ampio organico a noi nota, è un onore per l'autore. Infine, il brano rivela una forte influenza beethoveniana, evidenziata da una chiara citazione del finale dell’Eroica a partire dalla battuta 221. Questo dettaglio suggerisce l'attenzione di Romanino verso la musica sinfonica e i compositori d'oltralpe a lui contemporanei.