Il secondo dopoguerra, e in particolare il ventennio tra gli anni Sessanta e Settanta, ha rappresentato un vero laboratorio per la ridefinizione delle identità. In un clima di profondo rinnovamento e sperimentazione, il desiderio di superare i canoni prestabiliti ha trovato espressione non solo nelle battaglie politico-sociali, ma anche in una diffusa ricerca culturale e artistica volta a delineare profili nuovi e più autentici. Questa spinta al cambiamento ha investito diversi ambiti della vita collettiva: dall’emergere di un ruolo sempre più consapevole della donna nella sfera pubblica e culturale — nel cinema, nelle istituzioni artistiche e nelle orchestre — fino alla stessa riflessione sulla natura degli strumenti musicali, molti dei quali, fino a poco prima, erano rimasti confinati in ruoli tecnici o espressivi non ancora pienamente esplorati.
È in questo preciso solco culturale che vorrei raccontarvi la storia musicale della compositrice Teresa Procaccini. Il suo percorso di emancipazione e i suoi primati non rappresentano semplici tappe biografiche, ma si muovono in parallelo con un’altra trasformazione significativa: quella del contrabbasso.
A partire dagli anni Sessanta, infatti, lo strumento inizia progressivamente a liberarsi da una funzione subordinata. Se nell’Ottocento e nel primo Novecento il contrabbasso partecipava a un linguaggio musicale in espansione soprattutto in forma emulativa — spesso in relazione alla voce o ad altri strumenti melodici — nel secondo Novecento la prospettiva cambia. Lo strumento smette gradualmente di imitare e comincia a costruire un linguaggio autonomo, fondato sulle proprie caratteristiche timbriche e sulla ricchezza del suo registro.
In questo clima culturale, il percorso della compositrice si intreccia con quello dello strumento: entrambi conquistano progressivamente uno spazio nuovo, più libero e consapevole.
Due storie di emancipazione che finiscono per incontrarsi nello stesso punto: nel momento in cui non si tratta più di cercare un posto nella musica, ma di affermare pienamente una propria voce.
Teresa Procaccini (Foggia, 1934) è stata una delle figure più significative della musica italiana della seconda metà del Novecento. Diplomata al Conservatorio Santa Cecilia di Roma sotto la guida di Virgilio Mortari, ha sviluppato una carriera articolata tra composizione, insegnamento e impegno istituzionale, distinguendosi anche per alcuni importanti primati: fu infatti la prima donna a dirigere un Conservatorio statale italiano e docente di composizione al Conservatorio di Santa Cecilia fino al 2001.
Autrice di un catalogo molto ampio — oltre 250 composizioni — Procaccini ha sviluppato un linguaggio personale che si colloca entro un modernismo autonomo e pragmatico, lontano tanto dal conservatorismo accademico quanto dagli eccessi delle avanguardie. Dopo alcune iniziali aperture verso il jazz e linguaggi più sperimentali, la sua scrittura ha progressivamente maturato una fisionomia più compatta e riconoscibile, caratterizzata da una forte tensione espressiva e da una solida consapevolezza tecnica.
La sua vicenda artistica riflette i profondi cambiamenti della cultura musicale italiana del secondo Novecento.
Parallelamente alla sua attività compositiva, la carriera di Teresa Procaccini si sviluppa in un periodo di profondi cambiamenti culturali e sociali in Italia. Tra il 1971 e il 1972 la compositrice dirige il Conservatorio Umberto Giordano, diventando la prima donna in Italia a ricoprire la carica di direttrice di un conservatorio statale.
Questo episodio assume un significato che va oltre l’ambito musicale. Gli anni Settanta rappresentano infatti una fase di intensa trasformazione della società italiana, segnata dalle rivendicazioni del movimento femminile e da importanti riforme legislative, tra cui la riforma del diritto di famiglia del 1975. Nello stesso periodo emergono nuove figure femminili anche nella vita culturale e politica del paese: in ambito artistico e cinematografico personalità come Lina Wertmüller ottengono una visibilità internazionale senza precedenti, mentre in campo politico la nomina di Tina Anselmi a ministro nel 1976 rappresenta un passaggio simbolico verso una maggiore presenza delle donne nelle istituzioni.
Anche nel panorama musicale internazionale si registra in questi anni una progressiva affermazione di compositrici che contribuiscono in modo significativo alla vita musicale contemporanea. In Italia operano figure come Ada Gentile e Teresa Rampazzi, impegnate rispettivamente nel campo della composizione strumentale contemporanea e della sperimentazione elettronica. In ambito internazionale emergono personalità di grande rilievo come Sofia Gubaidulina, una delle voci più autorevoli della musica del secondo Novecento, la cui produzione comprende anche opere dedicate al contrabbasso, come la Sonata con accompagnamento di pianoforte del 1975 o gli 8 Etüden per contrabbasso solo del 1974 contribuendo alla progressiva valorizzazione dello strumento nel repertorio contemporaneo.
L’esperienza direttiva e la sua produzione artistica di Teresa Procaccini contribuiscono così a delineare un modello professionale in cui attività creativa, impegno didattico e responsabilità istituzionale si integrano all’interno della vita delle istituzioni musicali.
Un capitolo importante per comprendere la figura e l’opera di Teresa Procaccini riguarda la sua posizione intellettuale rispetto al ruolo della donna nella composizione musicale. Pur essendo stata spesso indicata come una figura significativa nel processo di affermazione femminile all’interno delle istituzioni musicali italiane del secondo Novecento, la compositrice ha sempre rivendicato una posizione di sostanziale autonomia rispetto alle categorie identitarie.
Nelle sue dichiarazioni pubbliche emerge infatti una concezione della creazione musicale fondata su una sorta di neutralità artistica, secondo cui la partitura deve essere valutata indipendentemente dal genere di chi la firma. In questa prospettiva, Procaccini ha più volte espresso la propria distanza da una classificazione della produzione musicale in base al genere dell’autore, sostenendo che il criterio di giudizio debba rimanere esclusivamente la qualità della scrittura e la solidità del pensiero compositivo.
Questa posizione, maturata nel quadro culturale del secondo Novecento — periodo in cui il dibattito sul ruolo delle donne nella cultura e nelle istituzioni era particolarmente intenso — riflette una concezione dell’attività artistica fondata sull’autonomia dell’opera e sulla centralità del valore musicale.
Pur mantenendo questa prospettiva di indipendenza, la carriera della compositrice rappresenta comunque un passaggio significativo nella storia delle istituzioni musicali italiane, contribuendo alla progressiva affermazione della presenza femminile nel campo della composizione e della direzione accademica.
Negli anni Settanta il contrabbasso entra progressivamente nel territorio della musica contemporanea, diventando centrale nella ricerca timbrica e nell’espansione delle tecniche esecutive. Questo processo è favorito dall’attività di interpreti e compositori che, tra Europa e Stati Uniti, promuovono un nuovo repertorio solistico e cameristico.
Una figura decisiva in questo percorso è l’americano Bertram Turetzky, il cui libro The Contemporary Contrabass (1974) [SCARICA IL LIBRO] contribuisce a sistematizzare le nuove pratiche e a stimolare la composizione di numerose opere dedicate allo strumento. Parallelamente, anche in Italia emerge una generazione di artisti che ne valorizzano il potenziale: tra questi spiccano Fernando Grillo, autore di lavori come Fluvine (1974) e Paperoles (1976), e Stefano Scodanibbio, impegnato nell’esplorazione di frontiere sonore inedite.
Attorno a questo rinnovamento gravitano i grandi nomi della nuova musica europea: Luciano Berio, Franco Donatoni, Sylvano Bussotti e Salvatore Sciarrino. Tra gli anni Sessanta e Settanta, questi autori ridefiniscono la scrittura cameristica con una crescente attenzione al timbro, alla microstruttura del suono e alla dimensione teatrale dell’esecuzione.
In questo clima di ricerca si inserisce la figura di Teresa Procaccini, la cui produzione segna un traguardo fondamentale per la storia dello strumento: diventa infatti la prima donna Italiana a scrivere per contrabbasso solista, partecipando da protagonista alla riscoperta di questa voce espressiva autonoma.
Con Mystère op. 73, la compositrice afferma la propria presenza in un ambito fino ad allora quasi esclusivamente maschile, pur distinguendosi dalle correnti più radicali dell’avanguardia. Sebbene mostri vivo interesse per le nuove possibilità timbriche ed esecutive, la Procaccini mantiene una scrittura caratterizzata da chiarezza formale e controllo strutturale. La sua poetica si sviluppa lungo una linea personale che conserva un saldo rapporto con la tradizione della musica strumentale italiana, coniugando disciplina e comunicatività espressiva rispetto alle estetiche più radicali del tempo.
Mystère op. 73 (1976): tra tradizione e rinnovamento
Mystère non è dunque soltanto una pagina significativa del repertorio contemporaneo, ma lo specchio di un’epoca in cui il rinnovamento del linguaggio e le trasformazioni sociali condividono la stessa tensione verso l’autonomia.
La scelta del contrabbasso come protagonista non è casuale. L’attenzione della Procaccini verso questo strumento era stata stimolata dal lavoro di quegli autori italiani che cercavano di superare il virtuosismo ottocentesco per orientarsi verso un rigore più essenziale. Tra queste figure spicca Virgilio Mortari, suo insegnante di composizione, che insieme ad Alfredo Casella rappresenta quella linea della musica italiana attenta alla pulizia formale. È questa eredità che permette alla Procaccini di rinnovare la scrittura strumentale pur senza aderire agli estremismi dell’avanguardia.
Scrive la compositrice:
Pezzo gradevole che sfrutta le caratteristiche timbriche del contrabbasso ed è costruito su due temi: il primo dall’atmosfera misteriosa e il secondo molto melodico. Questi due elementi si alternano tra loro in varie elaborazioni sino alla breve ripresa del primo tema, quasi una coda che si esaurisce in un suggestivo p.
Analizzando la genesi di Mystère op. 73, emerge chiaramente come il brano si inserisca nel più ampio filone della musica cameristica per strumento solista e pianoforte della compositrice. In queste opere, sviluppa una scrittura che si distacca sensibilmente da sue altre opere cameristiche, come ad esempio le pagine per pianoforte solo: se in queste ultime la ricerca è orientata verso aspetti armonico-melodici legati alla tradizione pianistica, nei lavori cameristici con strumento solista, l’attenzione si sposta sull’interazione tra le parti e sulla costruzione di un tessuto musicale realmente condiviso.
Nei lavori della Procaccini per violino o contrabbasso e pianoforte, questa eredità si traduce in un linguaggio tonale ampliato. La chiarezza della forma e l’attenzione alla costruzione del dialogo cameristico permettono a Mystère di diventare un esempio perfetto di come l’emancipazione di uno strumento “recente” possa sposarsi con una disciplina solida, capace di trasformare il pezzo in un terreno di autentica esplorazione d’identità.
Altro esempio significativo di questa impostazione si trova anche nella Fantasia n. 10 per violino e pianoforte. Qui emerge, analogamente a quanto avviene in Mystère, una dimensione di intimismo sonoro accompagnata da un continuo dialogo con il pianoforte, che non è mai ridotto a semplice base armonica ma parte integrante del discorso musicale. Questa concezione del duo si pone in linea con l’estetica di Alfredo Casella, come si evince dal celebre Prelude and Sicilian Dance da “La Giara”: in entrambi i casi, la densità del dialogo strumentale non sacrifica mai la leggibilità della struttura.
Questa specifica visione della musica da camera riflette una linea estetica ben riconoscibile, nella quale il rapporto tra gli strumenti si fonda su equilibrio formale e chiarezza strutturale. In questa prospettiva si collocano le influenze di Virgilio Mortari e della tradizione neoclassica che, nel corso del secolo, ha rinnovato il linguaggio della musica strumentale italiana attraverso il rigore costruttivo e il superamento dei modelli ottocenteschi.
Così il contrabbassista francese Yann Dubost, solista dell’ incisione del brano Mystère che ringrazio profondamente per il contributo a questo articolo, ricorda Teresa Procaccini e la registrazione:
Di seguito una selezione di brani della compositrice, affiancati da esempi dello stesso filone di ricerca musicale, come Preludio e Danza Siciliana di Casella, o i brani per pianoforte solo.
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